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LA MIA FILOSOFIA
LA MIA STORIA
MICHELA CARPANELLI
Quando ero molto giovane, mi capitava spesso di trovarmi in balia delle mie emozioni e di non sapere come fare a gestirle. Ricordo soprattutto il coinvolgimento appassionato di fronte a situazioni che ritenevo ingiuste, in cui però la mia indignazione e la mia rabbia salivano talmente tanto, che non riuscivo nemmeno più ad aprire la bocca e paradossalmente mi ritrovavo poi esteriormente ad agire qualcosa di molto diverso, se non addirittura opposto, a ciò che provavo e cioè una presenza passiva o anche accondiscendente, come paralizzata da quella mole imponente di emozioni che non sapevo come trattare.
Nel frattempo studiavo. Da sempre ero attratta dai saperi umanistici e dalla scrittura, ma non avevo per niente le idee chiare su quello che avrei fatto da grande. Non avrei potuto averlo chiaro, perché non sapevo di dover volere qualcosa e in fondo non sapevo nemmeno cosa volere fosse, se non controproducente. Brancolando nel buio degli studi universitari in cui stavo provando a cimentarmi allora, finalmente l’ennesima dose di insoddisfazione fu decisiva nel portarmi a formulare il desiderio di tornare ai classici.
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"tornare ai classici"
Io non so da dove presi questo vero e proprio slogan. So che sicuramente arrivava in mezzo alla mia totale confusione e che ne avevo le tasche piene di provare a districarmi in mezzo ai testi dei professori con i quali andavo a sostenere gli esami: perché non avevo mai una sensazione di autorevolezza, in quel che leggevo, ma di un continuo tentativo di dimostrarne un presunto fondamento scientifico – alquanto improbabile, trattandosi nel migliore dei casi di scienze sociali; e, comunque, la mia mente di allora non sarebbe riuscita a tenere insieme il rigore, non so, delle dimostrazioni matematiche e la creatività assoluta delle formulazioni letterarie o umanistiche, e quello che sta nel mezzo men che meno! –. Per questo nel ritorno alle fonti cercavo almeno l’originalità, il tratto arbitrario, forse, ma definitivo; le cose così come sono nate e come si sono manifestate in origine.
In questo rispondere a un’esigenza, trovava spazio anche la risposta all’afasia dalla quale venivo colta quando mi ritrovavo in preda a un surplus di emozioni, come ho detto, perlopiù per il mio coinvolgimento appassionato al tema di turno.
Non so da che punto in poi, ho pensato alle parole come ai fiori e alle sostanze che esse descrivono come alla terra a cui sono legate dai loro steli, una per una. Per cui, se mettevo ordine tra le parole, andando a vedere una ad una le sostanze con cui sono in relazione, avrei sicuramente avuto un maggior controllo su di esse e sulla mia capacità di usarle.
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DOTTORESSA IN filosofia
Per questo, alla fine, mi sono iscritta a Filosofia. Per mettere su ciascuno stelo del mio campo il suo fiore; per poter scegliere esattamente la parola che voglio usare (o quasi), a seconda di ciò di cui intendo parlare, e placare così la mia ansia. Dovevo andare a incontrare il maggior numero di sostanze possibile, per poterne parlare, e il maggior numero di descrizioni di sostanze possibile, per impararne i vocabolari.
Studiando Filosofia ho dovuto anche imparare come fare a imparare. Perché le mie tante opinioni, spinte dalle mie tante emozioni, mi portavano spesso ad uno studio parziale, a non poter conservare energie per lo studio e la comprensione delle opinioni altrui. Con un temperamento appassionato, anche lo studio dei classici diventa motivo di un continuo sussulto che crea a sua volta un rumore di fondo e ti distrae e non puoi sapere se quello che stai dicendo è proprio quello che volevi dire. E io volevo proprio dirlo, quello che pensavo. Perciò ho imparato la disciplina dello studio del pensiero degli altri – del loro modo di associare fiori, a steli, a sostanze –, a rispettarlo e ad aspettare che me lo chiedessero, prima di dire cosa pensavo io.
Mi sono scoperta ricercatrice, studiando Filosofia. La mia curiosità è insaziabile, la mia capacità di risalire a ritroso instancabile. Se possibile, esaurite le altre fonti, interrogo le stelle, i pianeti, le presenze invisibili e sagge che trasmettono messaggi attraverso intuizioni. Poi ascolto le sagge me, per vedere se anche lì posso trovare qualche indizio che mi metta sulla strada del senso del senso (non è una ripetizione) che sto cercando. Per questo sono arrivata alle culture divergenti in ogni campo in cui io abbia ricercato, partendo da una visione che più che omologata sarebbe corretto definire nazional popolare.
Per questo, anche, se sono diventata Dottoressa in Filosofia, è stato solo a cinquant’anni, quando ho redatto la tesi che avevo già più che pronta da quando ne avevo ventiquattro, ma di cui allora mi sfuggiva il senso profondo di discuterla, dal momento che ero già filosofa e volevo essere certa che questo mio enorme successo mi bastasse, al di là del conseguimento del titolo – e certamente avevo, nel metterlo a frutto facendo la mamma e la moglie e un’azienda agricola, un progetto migliore –. Quando infine mi sono laureata, è stato per finire quel che avevo iniziato, nel momento esatto in cui andava fatto, secondo la mia personale scala di priorità: non appena i miei figli sono stati abbastanza grandi e io avevo un po’ di tempo e un po’ di soldi per farlo. Farlo è stato chiudere un cerchio, molto più di quanto mi aspettavo: mi ha catapultata nella mia vita successiva. C’è un prima e un dopo la mia laurea in Filosofia, perché dopo tutto è cambiato.
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